Racconti


L’altro uomo



Quando è arrivato non mi sono spaventato, qualcuno dirà che la dimensione del mio cervello supera la sua del 10%, che la mia muscolatura è più massiccia della sua e che mi sono evoluto in questo ambiente mentre lui si deve ancora adattare.
Quando ho visto che pescava dal mio fiume non mi sono preoccupato, non conosco la matematica, ma di pesci ce ne sono tanti.
Quando ha preso alcune delle mie donne ero un po’ geloso, ma in fondo ce ne sono tante.
Quando suono il mio osso lui mi guarda stupito, l’ho preso da un animale che viveva in quella che sarebbe diventata casa mia, ho fatto qualche foro ed ho iniziato a soffiarci dentro. Il suono che ne usciva richiamava le donne e gli uomini. Quando lui ha sentito il mio osso si è spaventato, poi lentamente si è calmato ed ha iniziato ad ascoltare.
Mentre io suonavo lui ascoltava e mangiava il mio cibo. Io ho un cervello più grande del suo, per me è come un cagnolino di cui prendermi cura, almeno così pensavo.
Fra decine di migliaia di anni scopriranno che il suo cervello ha delle connessioni che gli permettono processi cognitivi diversi da me, lo scoprirà lui, perché io non ci sarò più.
Non ci sarò più perché i suoi processi cognitivi gli hanno permesso di vivere dove io non potevo vivere, di trovare cibo dove io non riuscivo, di conquistare le donne che io perdevo, di suonare la musica che il mio osso non poteva suonare.
Ironia della sorte sarà proprio uno dei suoi figli a trovarmi, tra quasi 30000 anni, quando nessuno più si ricordava di me. Ironia della sorte ora mi chiamano come il musicista a cui era intitolato il posto dove mi hanno trovato, io che suonavo per lui.



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